Green Economy: quello che potremmo fare (e quello che non facciamo)

In occasione degli Stati Generali della Green Economy, che si stanno svolgendo nell’ambito di EcoMondo (Rimini, 7-10 novembre 2012), è stato diffuso il rapporto Green economy per uscire dalle due crisi, realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

La prima rilevante novità della green economy è costituita dal fatto che essa ha ricevuto un forte impulso dalla necessità di affrontare due crisi contemporaneamente: quella climatica e quella economica.
La crisi climatica sta già producendo impatti preoccupanti, avvertiti come tali da una larga parte dell’opinione pubblica mondiale che teme anche ulteriori pericolosi aggravamenti, colpendo direttamente la gran parte della popolazione con ondate di calore e siccità prolungate, nonché con maggiore frequenza e intensità di eventi atmosferici estremi.
Tutto ciò, inevitabilmente, innalza anche il livello di attenzione e di disponibilità della popolazione a modificare modelli di consumo e stili di vita che danneggiano il clima. È cresciuta inoltre, non solo per la crisi climatica, una consapevolezza ecologica più generale in larga parte della popolazione che, un po’ ovunque, si trova fare i conti con frequenti crisi ecologiche e a constatare che non si può andare avanti a inquinare e consumare risorse naturali a ritmi sempre più veloci.

Questo favorisce,oltre a una domanda, di peso crescente, di nuovi consumi di beni e servizi di più elevata qualità ambientale, e, dall’altra, un contesto, locale e internazionale, più favorevole a una direzione green sia per le politiche, attente al consenso, sia per le imprese, attente alle possibilità di nuovi mercati.

Il Rapporto ha focalizzato, per lo sviluppo della green economy in Italia, sei settori strategici:

  1. l’eco-innovazione;
  2. l’efficienza e il risparmio energetico;
  3. le fonti energetiche rinnovabili;
  4. gli usi efficienti delle risorse, la prevenzione e il riciclo dei rifiuti;
  5. le filiere agricole di qualità ecologica;
  6. la mobilità sostenibile.

L’analisi di questi settori strategici, arricchita da dati, riferimenti e confronti internazionali ed europei, evidenzia come una svolta economica in chiave green sia di particolare interesse e abbia rilevanti potenzialità proprio in Italia:

  • perché è un paese dove è necessario un maggior sviluppo di un’eco-innovazione made in Italy che darebbe una forte spinta a incrementare il cambiamento e a combattere la rassegnazione al declino;
  • perché è un paese che paga una bolletta energetica salata e che importa gran parte dell’energia che consuma e ha quindi un grande interesse a sviluppare efficienza, risparmio energetico e fonti rinnovabili;
  • perché dispone di un’industria manifatturiera che ha bisogno di ingenti quantità di materiali e che avrebbe vantaggio da un forte sviluppo dell’industria del riciclo, che fra l’altro contribuirebbe anche a risolvere le crisi della gestione dei rifiuti ancora presenti in diverse regioni;
  • perché ha subito un consistente abbandono di superficie agricola utilizzabile ma potrebbe sviluppare importanti filiere agricole di qualità ecologica;
  • perché soffre di una crisi di una delle industrie storiche nazionali più importanti, quella dell’auto, che potrebbe avere un rilancio attraverso i numerosi e diffusi interventi e i nuovi mezzi per una mobilità sostenibile.

In questi settori vi sono non solo risposte a problemi italiani ma anche potenzialità di sviluppo: emerge quindi un quadro di un’Italia vocata alla green economy.

L’Italia dispone, infatti, di un capitale naturale e culturale fra i più importanti del mondo e il made in Italy è ancora, in buona parte, associato e associabile ad alcuni dei valori green: la qualità, la bellezza, il vivere bene.

Dalla ricognizione di questi settori strategici emerge un potenziale importante per affrontare la crisi italiana e contribuire ad aprire una nuova fase di sviluppo: quello della green economy.

Nonostante le premesse e la positiva analisi degli scenari, lo stato attuale dimostra che c’è ancora tanto lavoro da fare: l’Italia è infatti al 16mo posto nella classifica dei Paesi membri (e sono 27!) che investono nello sviluppo sostenibile e, come detto, importiamo ancora troppa energia rispetto a quella prodotta internamente.

Ma ci sono anche campi dove si vedono già i risultati degli sforzi effettuati; registrano infatti un risultato positivo le certificazioni di sistemi di gestione ambientale,   lo sviluppo del lavoro nelle eco-industrie dove trova un impiego il 2,12% della forza lavoro contro la media UE dell’1,53%. E anche sul fronte della formazione l’Italia si piazza bene, con 193 corsi universitari sulla green economy.

Il margine di miglioramento però è ancora ampio. Il rapporto evidenzia infatti che intervenendo con misure varie su 11.000 uffici pubblici, 30.000 edifici scolastici e 70.000 di social housing, il risparmio energetico al 2020 è di un Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) pari alla riduzione del 33% dei consumi negli edifici considerati, mentre un risparmio di altri 0,33Mtep all’anno sarebbe possibile se si intervenisse sul 3% degli edifici di edilizia privata.

Per raggiungere gli obiettivi previsti dai piani di sviluppo sostenibili internazionali (a cui il nostro Paese ha aderito) è necessario che questi dati crescano: c’è dunque bisogno di aumentare l’impegno in questo settore. E se la pubblica amministrazione langue, o comunque ha dei tempi di attuazioni più lenti, è il settore privato che può e deve intervenire.

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